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Altro convento francescano, in terra di Stroncone, è quello dedicato a San Simeone. Costruito nel sec. XI dai benedettini, fu abitato dai francescani dal sec. XV sino alla soppressione italica (1860). Attualmente, dopo un lungo periodo di deplorevole abbandono, divenuto un autentico rudere, è in fase di restauro.
Difficile è ripercorrere la storia del convento di San Simeone, in quanto le notizie riguardanti lo stesso sono alquanto limitate.
Di antichissima fondazione (anno 1000?), fu inizialmente abitato dai monaci Benedettini. Il primo documento testimoniante la sua esistenza - unitamente a quella di Stroncone (“Castellum de Stroncone”) - è nel Registro di Farfa (“Chronicon Farfense”) di Gregorio Catino; è il “testamento” di Giovanni prete (benedettino), figlio di Pietro, il quale dona i suoi beni al monastero di San Simeone, mentre era abate Ugo, nell’anno 1012. Secondo quanto sostenuto da Teodoro Costanzi (Notizie storiche di Stroncone, ms. 1809), l’origine del convento potrebbe essere fatta risalire addirittura alla metà del sec. IV, poiché proprio di quel periodo è l’erezione di un oratorio dedicato a San Silvestro papa. L’edificio attuale, infatti, a suo avviso conserverebbe ancora in qualche parte la sua antichissima origine.
Alla fine del sec. XV, il convento di San Simeone, abbandonato dai Monaci, passò ai Canonici. Nel 1472, fu assegnato ai Clareni, i quali lo abitarono sino al 1567. Per intervento di frate Giovanni Vici, venne successivamente affidato ai frati Minori Osservanti; riporta una anonima cronaca menzionata da Luigi Lanzi (Notizie Storiche circa Stroncone, Narni e altri luoghi, ms. fine sec. XVIII-inizi sec. XIX): «Lasciata l’Abbadia da Monaci, questo luogo di San Simeone andò in mano de sig. Canonici quali lo donarono poi alla religione di San Francesco e questi, a spese della comunità, cominciarono ad adattarvi il convento di sopra come si vede. Passò poi questo convento ne Clareni, Frati di S. Francesco, ma di una congregazione distinta, che cominciò quasi al principio della religione nel 1294 sotto Celestino V, e mentre l’avevano questi, fiori ivi quell’uomo sì insigne chiamato Fra’ Silvestro da Stroncone, Clareno, che vi abitò 40 anni, che vestì molti novizi, ed allargò la sua congregazione in molti conventi, ed a suo tempo principiò ivi la Compagnia de Pastori. Quando poi la Bolla di Pio V questa congregazione cessò, e i frati passarono chi a Conventuali, e chi all’Osservanti, questo convento restò in mano all’Osservanza».
Generalmente i frati che vi vivevano erano una decina e, stando a quanto si legge in una relazione del Guardiano frate Angelo da Greccio, del 1847, vi stavano molto comodamente; «(…) nel mezzo di questo chiostro vi è un pozzo con acqua, e in tutto l’interno del portico vi sono n. 11 vani (…). Il secondo piano ha tre dormitori, in cui vi sono n. 19 camere».
Dopo l’Unità d’Italia (1860), quando tutti i beni della Chiesa (tranne quelli appartenenti alla parrocchia) furono confiscati e venduti all’asta pubblica, il convento di San Simeone fu acquistato dalla famiglia Genuini. La stessa famiglia consentì ai frati l’uso gratuito del convento sino al 1880, anno in cui essi lo abbandonarono definitivamente.
Nel 1911, il convento fu venduto alla locale famiglia Massoli, che vi abitò durante e dopo la Grande Guerra (la vendita del convento risulta in un “istrumento” redatto dal notaio Ulisse Contessa, il 10 luglio 1911).
Durante la Seconda Guerra Mondiale, San Simeone offrì ospitalità a numerose famiglie di “sfollati”, che vissero qui per gran parte della durata del conflitto al riparo dai bombardamenti che investirono Terni.
«Da allora - puntualizza una cronaca - il convento è rimasto vuoto: nelle sue stanze non risuonano ormai né preghiere, né canti, né voci. Solo di tanto in tanto qualcuno sì avventura quassù per passeggiate o per sottrarre qualcosa».
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Stroncone: Convento di San Simeone (foto anni 60) |
Di seguito sono “appunti” concernenti il convento di San Simeone di Stroncone:
* Il manoscritto, di cui sono riportati qui alcuni brani, è copia del documento che fu esibito dal Padre Lettore Angelico Coletti di Stroncone, perché il Convento di San Simeone fosse nuovamente concesso ai Padri Osservanti, ai quali era stato sottratto in seguito alla Soppressione napoleonica. In questa relazione è brevemente ricordata la storia del Convento, la cui fondazione si fa risalire al sec. IV. Concesso ai frati Minori Osservanti nel 1568, fu da essi abitato fino al periodo napoleonico, allorché, in seguito ai decreti di soppressione dei Conventi e delle Corporazioni Religiose, fu chiuso e venduto al “Maire” Giacomo Genuini. Ai Padri Minori venne concesso di riprenderne possesso dopo la restaurazione del Governo Pontificio: questa decisione, però, fu contestata dall’acquirente, il quale addusse a giustificazione della sua opposizione, tra gli altri motivi, quello della inabitabilità e della fatiscenza dell’edificio. Per questa ragione il Padre Coletti fu spinto a scrivere la relazione che segue, con cui, dimostrando la falsità delle motivazioni presentate dal Genuini, riuscì ad ottenere che il Convento ritornasse definitivamente in mano ai Minori Osservanti: «Il Convento di S. Simeone di Stroncone, posto nelle pendici di un Monte detto Monte Rotondo, distante dalla terra suddetta di Stroncone circa un miglio e mezzo. Nelle sue vicinanze si contano sessantacinque famiglie, quali per andare alla loro parrocchia devono passare, una porzione di queste, un fosso e l’altra, due. In caso di un improvviso bisogno per l’amministrazione dei SS.mi Sagramenti o per l’alluvione dell’accennati fossi hanno lutto il commodo nella suddetta Chiesa o Convento di S. Simeone. In tempo dell’assedio republicano o in altre circostanze che sono state serrate le porte della terra in specie di notte, il convento di S. Simeone è stato quello ove sono ricorsi i fedeli per l’aiuti spirituali. In conferma di questo parlano circa quattordici secoli da che la suddetta chiesa è stata edificata, come rilevasi dalle antiche memorie di Stroncone e come rilevasi dai Codice Farfense che parlando delle donazioni fatte alla surriferita Chiesa e Convento circa il settimo e ottavo secolo, fa menzione di questo sagro luogo. Fu prima questo abitato da diversi solitari circa il IV secolo, di nostra Redenzione. Circa ilsettimo, fu dato alli PP. Benedettini, quali in tempo dell’invasione de’ barbari sostennero la cura delle anime disparse per quelle contrade e per quelli monti. (...) poi (...) vi furono sostituiti alcuni canonici secolari. Finirono anche questi e vi furono istallati subito i Padri Clareni. Finì questa Congregazione con essere incorporata all’Ordine dell’Osservanti ed il Convento passò immediatamente all’Osservanti e vi hanno sempre dimorato sino al 1820, epoca infelice della universale soppressione, o dirò meglio oppressione francese. Sul principio della sedicente Repubblica, l’anno 1798, pensaron i ministri repubblicani di questa terra sopprimere questo antichissimo Convento; appena mi giunse all’orecchio mi presentai in Municipalità e gli rappresentai queste ragioni ed il malcontento della gente che ne sarebbe seguito e questo bastò a quei ministri per sospendere l’esecuzione.
Seguì nonostante dopo qualche tempo, ma fu ordine universale anche di altri conventi e per ordine di Roma. Il fatto di tanti secoli contesta la necessità di questo sagro Convento. Fu questo venduto dal passato governo francese. A tenore dell’ordini supremi pontifici, ne fu ripreso possesso dalla religione dei P.P. Osservanti di S. Francesco, con ordine di Monsignore Vescovo Diocesano (...)».
* Da una relazione stesa dal guardiano padre Angelo da Greccio nel 1847, e presentata al vescovo di Narni, monsignor Giuseppe M. Galligari, si apprende quanto segue: «Il convento di S. Simeone di Stroncone rimane fabbricato alle radici di un alto monte, chiamato con suo vocabolo Monterotondo (…). E’ umido di sua natura, perché una parte di esso è attaccata immediatamente a detto monte (…). E’ distante dal paese circa un’ora di cammino; ma la strada è scomoda e faticosa anche ai pedoni. Il convento è quadro, compresa la chiesa. Nel primo ingresso dalla porterai, si presenta agli occhi il piccolo chiostrino col suo porticato a volta, formato di colonne o pilastri riquadrati fabbrefatti di materiali a cemento senz’alcun ornamento. Nel mezzo di questo chiostro vi è un pozzo con acqua, e in tutto l’interno del portico vi sono n. 11 vani. Il secondo piano ha tre dormitori, in cui vi sono n. 19 camere (…). La chiesa poi è in ottimo stato. Essa è piccola ma molto elegante e graziosa. L’interno della volta è tutto ornato di fiorami e bassorilievi a stucco. Anche le mura interne sono ornate di varie pitture in tela con cornici parimenti di stucco, ma non pregevoli; non ostante però sono di un bell’orbato per la casa del Signore». Nel 1847, l’abitavano sette religiosi: tre sacerdoti e quattro fratelli laici; fra gli altri, era il padre Giuseppe da Stroncone, lettore di filosofia e di teologia, per tre volte definitore provinciale, per una volta Ministro provinciale, del quale è affermato: «Si è ritirato in questo convento per attendere con più fervore all’orazione e alla vita contemplativa come un luogo dei più remoti». Aveva allora 73 anni.
* «Il convento è posto in una gola del monte Rotondo, prima di arrivare al paese di Stroncone. Costruzione antichissima (circa l’anno 1000), resta la torre incorporata attualmente nel convento; fu abazia indipendente; verso la fine del sec. XV, i monaci l’abbandonarono e passò ai Canonici; da questi fu assegnato ai Clareni (1472), fino al 1567, quando - per opera del p. Giovanni Vici - questi passarono all’Osservanza ed il convento stesso fu assegnato agli Osservanti.
In genere vi abitavano circa dieci frati, con grande comodità a guardare le rovine della costruzione oggi abbandonata, ed il grande orto con la bellissima selva che vi è dintorno.
Belle ancora, e abbastanza conservate, la facciata della chiesa e l’abside, costruzioni quattrocentesche in pietre conce; il coro è in noce del sec. XVI; della stessa epoca sono i mobili della sacristia, oggi trafugati quasi interamente. Sulle pareti della chiesa, restano poche tele del Seicento, molto mal ridotte, ed un affresco forse del Quattrocento, rappresentante una Madonna con Bambino. L’altare era officiato da Casa Mattielli. Il chiostro e gli ampliamenti del convento furono eseguiti dal 1593 al 1616, dai padri Mattiangelo da Lugnano, Francesco Contessa da Stroncone, fra’ Arcangelo Contessa da Stroncone. II convento fu chiuso nel 1880 (circa)» (L. Canonici, Antonio Vici - principe conteso, 1961).
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Stroncone, Convento di San Simeone:
a sinistra, Angelo in gesso dell’altare maggiore; a destra, affresco quattrocentesco e cornice barocca in stucco (foto anni 70)
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I conventi pre-appenninici umbri presentano quasi sempre un costante organismo distributivo a due piani, incentrato su un piccolo chiostro, aderente a una chiesa a unica navata, la quale ha un abside semicircolare e qualche cappella aggiunta nella fiancata opposta al chiostro. Questi conventi sono sempre inseriti lungo valli solitarie dalle quali si aprono visuali e scenari circondati dalla natura vegetativa, non troppo ampi e né troppo ridotti, perché, insieme alla semplicità architettonica delle più modeste, vi è un tale senso di raccoglimento e di pace, che una volta raggiunti resta difficile abbandonare.
San Simeone, a nord della località «Il Colle» di Stroncone, immerso in una verde valle di lecci e di ulivi, risponde appieno alla costante impostazione distributiva, architettonica e ambientale dei conventi umbri appena descritti.
Architettonicamente, ha valore solamente per la sua organica struttura; il chiostro è con semplici archi sui quattro lati, privo di qualsiasi elemento rilevante.
La chiesa, ad una sola navata, con abside semicircolare, ha una cappella e una ampia sacrestia posta tra la cappella stessa e l’abside, mentre l’interno presenta un segno artistico importante: mani bizzarre e abili, nel periodo barocco e post-barocco, sopra alla semplice struttura, sicuramente coprendo dei rilevanti affreschi dei primi cicli di pittura italiana, hanno creato con lo stucco uno scenario meraviglioso e sorprendente.
Il perno di questa creazione scenografica è l’altare, costituito da due gruppi di tre colonne con soprastante trabeazione, a se stanti per gruppi di colonne, posta orizzontalmente alla chiesa, in posizione asimmetrica.
Al centro di questo altare vi è un gruppo statuario che rappresenta il “Bambino Gesù in braccio a Simeone” nell’istante di riconsegnarlo alla Santissima Madre: due disinvolti angeli sono, uno seduto, l’altro a cavalcioni sopra le due trabeazioni; altri due più bassi, attaccati alle colonne, appaiono sospesi in volo. Completa il quadro una serie di putti alati in svariati atteggiamenti, oltre ad una serie di cornici con altri putti lungo le pareti della chiesa.
Tutto è trattato con facilità e originale bizzarria, in pose irregolari asimmetriche, con sdegno di stasi formale, pertanto sicuramente realizzate da un artista di un certo livello e ben conosciuto.
Il valore artistico non deve essere sottovalutato perché non fatto di materiale duro; basti pensare ad alcune opere d’arte realizzate nel periodo barocco da importanti artisti in altrettante chiese molto note. Il Raggi, ad esempio, molto ammirato dal Bernini, che crea quasi tutte le sue opere in stucco, perfino nella cappella Chigi al Duomo di Siena; e l’Algardi, il quale pure con lo stesso materiale realizzò due statue nella chiesa di San Silvestro al Quirinale.
Bizzarro e curioso - annota Omero Contessa - è anche lo scambio che l’artista fa tra Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Gerusalemme (corre pertanto al Tempio per la circoncisione di Gesù, prendendolo nelle braccia, un gesto al quale sicuramente la scena del gruppo scultoreo si ispira) e San Simeone, vescovo di Gerusalemme, cugino di Gesù, che nel convento è venerato: al vecchio Simone è posto in testa il cappello di Vescovo.
Da una tela asportata da una cornice di legno, si ha la diretta testimonianza dell’esistenza di affreschi: nella parte sinistra, infatti, sono sfocati brandelli di un pregevole affresco trecentesco.
Un altro interessante affresco quattrocentesco, rappresentante la “Madonna che allatta il Bambino”, è individuata da una cornice di stucco sovrapposta a quella dipinta, forse rimasta sempre in vista.
Un doveroso accenno va fatto al coro e ai mobili della sacrestia, in noce del sec. XVI, solamente di recente devastati.
Si conclude la “pagina” relativa al convento di San Simeone in Stroncone con un prezioso contributo dell’attento ricercatore Giorgio Angeletti: «E’ situato a poca distanza dal centro storico di Stroncone, in loc. Colle, al voc. “la Rotta” - toponimo questo ormai desueto e forse sconosciuto ai più - per la sua ubicazione in un luogo arduo e scosceso. E’ possibile forse ipotizzare un qualche collegamento con quel “Sancti Rupti” di cui si parla in un documento di donazione del Regesto farfense, del 1012, al detto monastero ove, insieme ad altre località ancora oggi note del territorio di Stroncone si dice anche “terram nostram in loco ubi dicitur Sancti Rupti”, ed ancora nel 1019, nella donazione fatta all’abbazia di Farfa da Valentino, prete e custode delle chiese di S. Antimo, S. Silvestro e S. Simeone ove si legge: “et in alio loco in pedo montis Rotundi, ubi dicitur Sancii Rupti”. Secondo lo storico concittadino T. Costanzi, il monastero sarebbe sorto su un preesistente santuario del IV secolo, formato da una chiesina intitolata a S. Silvestro papa, prescelta “da qualche felice solitario di quella età per il suo ricovero eremitico”. Comunque stiano le cose è certo che una lettura attenta del monumento fa supporre ampliamenti e modifiche avvenuti in epoche diverse. La già menzionata cronaca locale sostiene che questo sacro luogo, data la sua buona posizione, serviva ai monaci della vicina abbazia di S. Benedetto per ospizio ed infermeria; lasciata l’abbazia dai monaci, questo luogo di S. Simeone andò in mano dei Sigg. Canonici. Passò poi ai Clareni e, in tale periodo, vi fiorì quell’uomo insigne che fu fra’ Silvestro da Stroncone, che vi dimorò 40 anni fondandovi la “Compagnia dei pastori”, vestì molti novizi ed allargò la sua congregazione in molti conventi.
Quando poi per la bolla di Pio V questa congregazione cessò e i frati passarono chi ai Conventuali, chi agli Osservanti, questo convento passò in mano all’Osservanza.
Tutto il complesso, divenuto dopo l’unità d’Italia proprietà privata, è andato completamente in rovina e, cosa peggiore, le opere d’arte che ornavano la chiesa, ancora qualche anno fa, sono state in molti casi distrutte, in altri seriamente danneggiare. Questa barbara azione, imputabile ad ignoranza e disprezzo, ha non solo menomato la storia e la cultura locale, ma privato anche l’arte italiana di opere di maestranze locali, che possiamo anche considerare minori ma non per questo di minor pregio.
Di queste opere d’arte, oggi, sono ancora visibili alcuni stucchi raffiguranti storie della vita di S. Francesco e dei suoi seguaci nella volta della chiesa, l’assunzione della Vergine in quella del catino absidale e, nella cappella laterale cui si accede attraverso un ampio arco, si distinguono ancora due affreschi: S. Bemardino da Siena cui, per inspiegabile motivo, sono state asportate le mani ed il viso, ma riconoscibile per il sole raggiante dipinto sul petto; sul lato destro un altro santo, forse S. Onofrio, cui la cappella è dedicata. Riferisce ancora la citata cronaca che l’altare di S. Onofrio, avvocato e protettore della compagnia dei Pastori, fu commissionato dalla stessa ed officiato solennemente l’11 giugno con la presenza del “Signore con tutta la compagnia numerosissima, accompagnata dal suono di bifare”.
Nulla è rimasto del complesso in stucco dell’altare maggiore con la Madonna in atto di offrire il Bambino a S. Simeone ed angeli intorno, ed ancora putti alati in atteggiamenti diversi oltre ad una serie di cornici con altri putti lungo le pareti della chiesa.
All’esterno, sulla lunetta del portale d’ingresso alla chiesa, un bellissimo affresco presenta la Vergine con il Bambino che regge nella mano sinistra un cartiglio con la scritta: “Ego sum via” (ancora oggi leggibile); ai lati due cherubini reggono ciascuno, a mò di sfondo, un drappo (…)» (G. Angeletti, Stroncone e i suoi “Santuari”, 2002).
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
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